Ehi, tu…. carnivoro (onnivoro): conosci la sorte degli animali che mangi?

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di Franco Libero Manco

Coloro che usano mangiare carne è giusto conoscano l’inferno cui condannano gli animali dalla loro nascita alla morte. Negli allevamenti intensivi gli animali, immobilizzati fin dalla nascita, non vedono mai la luce del sole, non mangiano mai l’erba dei campi, non conoscono la libertà, la frescura della pioggia. Incatenati o chiusi in piccoli box che non consente neppure il movimento, per tutta la loro breve esistenza e immersi nei loro stessi escrementi, conoscono solo disperazione e pazzia. Per meglio capire la loro sofferenza immaginiamo noi stessi rinchiusi, per tutta la vita e senza possibilità di muoverci, in un ascensore affollato.

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Da questi, veri e propri lager, gli animali vengono stipati all’inverosimile su vagoni blindati (dove si calpestano tra loro fino a spezzarsi gli arti o a morire asfissiati) e dove restano a volte per giorni sotto il sole rovente o a temperature glaciali senza cibo né acqua per essere poi scaricati come pietre, o a colpi di bastone, con pungoli uncinati o scariche elettrice e consegnati nelle mani di rozzi carnefici che armati di potenti seghe, li squartano, spesso ancora vivi, con l’indifferenza con cui si apre una scatola di pomodoro in una mare di viscere e di sangue fatto defluire nella fogna.

I teneri e morbidi agnellini, coniglietti, vitellini, ignari come bambini, saranno scannati perché qualcuno vorrà mangiare le loro gambe, qualcun altro si delizierà il palato mangiando il loro fegato, qualcun altro mangerà il loro cervello, qualcun altro il loro cuore e le loro ossa saranno gettate via come rifiuti o incenerite e di queste lanuginose e tenere creature non resterà più nulla: appena affacciate alla vita hanno conosciuto solo dolore.
Ai possenti e spavaldi cavalli, alle docili mucche, ai manzi, la “bestia” umana sparerà in mezzo alla fronte un proiettile captivo (che come uno scalpello gli pacca la fronte e il cervello) e, questi monumenti di bellezza, di forza, di mitezza stramazzano, annullati come un sacchi vuoti per poi essere fatti a pezzi e venduti nelle macellerie.

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E le creature del mare? La morte del pesce, in qualunque modo avvenga, è crudele: la contorsione dei pesci in agonia nelle reti fa capire l’intensità di dolore che provano e quanto disumana sia la pesca. Come altrettanto crudele è la pesca con l’amo, che poi viene estratto dalla bocca del pesce che lacera anche parte della testa, è paragonabile ad un arpione conficcato nella bocca di un uomo che viene brutalmente estratto fracassandogli le mandibole, la fronte ed il cervello. E i pesci congelati ancora vivi? E quelli spasimanti in pochi litri di acqua nei mercati perché la gentile signora, o signore, possa deliziarsi il palato con il corpo di una creatura appena eviscerata da viva?

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L’indifferenza verso il dolore altrui il vero cancro del genere umano, la causa di tutte le sventure umane. Chi avrebbe il coraggio di uccidere con le proprie mani l’animale che mangia a tavola? Come può un essere umano essere sensibile al dolore dei suoi simili se è indifferente alla sofferenza dell’animale? Come possiamo sperare che Dio ascolti le nostre preghiere se siamo insensibili al dolore che causiamo agli animali?
Perché infliggere prigionia, sofferenza e morte a tante creature miti, innocenti, buone, forti, nate per essere libere quando c’è abbondanza di cibo per nutrirsi? Gli animali solo nella forma fisica sono differenti da noi umani ma come noi hanno emozioni, pensieri, angoscia, paura della morte e a differenza dell’uomo l’animale è sempre innocente. Prima di addentare una bistecca un uomo dovrebbe avere il coraggio di far visita al mattatoio.
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Nessun genitore farebbe assistere i propri figli a ciò che accade in quell’inferno. Ed è questa la più palese dimostrazione che questi sono luoghi maledetti e, come diceva Voltaire, andrebbero rasi al suolo: solo in questo modo dimostreremmo di essere umani. Eviteremmo di avere sulla coscienza tutte quelle creature passate sotto i nostri denti; eviteremmo le conseguenti malattie che ne derivano; eviteremmo la distruzione delle foreste e delle terre fertili; abbatteremmo l’inquinamento generale e soprattutto eviteremmo di affamare ulteriormente il Terzo Mondo.

 

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