‘Kultur’, vent’anni fa (l’insolita) rivista di filosofia, spiritualità e studi tradizionali

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di Maurizio Martucci
Zolfo e solstizi nel solco millenario. Pranayama e mescalina come militia dello spirito. La ricerca del Sé, ieri come oggi, si paga. Vent’anni dopo, googolando in rete ne resta solo una flebile traccia: “Nel panorama delle riviste attuali, Kultur si differenzia nel divenire una sorta di antologia del sapere, fruibile e non necessariamente troppo settoriale, com’è tipico di molte altre riviste”. Palestra le romane facoltà universitarie di lettere e filosofia, esaurite le prime letture in evoliana rivolta contro il mondo moderno e le (rudimentali) pubblicistiche in Terza Pagina a L’Umanità, vent’anni fa veniva dato alle stampe il primo numero di un’insolita rivista di “philo-sophia quaternaria e tradizione primordiale”. Un paio di imbeccate come ‘I Quaderni de Il Veliero’: nel 1998 iniziò l’esperienza ribelle e colta di Kultur, “il tentativo di un richiamo alla forza nuda, invitta e originaria di quel fuoco primordiale nella cui fiamma era saggiato lo splendore del vero oro dei filosofi”.

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Un viaggio durato sei anni, numeri semestrali/annuali a cadenza solstiziale, sei uscite in tutto, un migliaio di pagine stampate, una novantina d’articoli, una trentina di collaboratori: tra gli scaffali de La Feltrinelli nella centralissima Largo Argentina, capitava di imbattersi in Kultur. “La Tradizione a cui ci riferiamo – era scritto nelle pagine patrocinate dall’allora Provincia di Romasi qualifica non solo come un corpo di dottrine tramandate come un testimone, nella speranza che altri siano in grado di dargli corpo concreto, ma corrisponde ad un’area scintilla di cui sono materiati gli aristoi che con il coraggio di una risoluta azione interiore possano darle una ‘direzione di efficacia’ esternandola”. Dal presupposto delle espressioni varie di tradizione Una, senza sincretismi in Kultur ci si poteva leggere di tutto, dalla sapienza mosaica alla Kabbalah, dalla paleontologia delle antichità indo-europee all’integralità del Sistema Yoga con critiche sul pensiero di George Sorel e gli inganni speculativi di Ernesto De Martino, passando per Federico II di Svevia, l’Archeofuturismo, René Guenon, Castaneda, le indagini sul neo-druidismo bretone e gli appunti di viaggio dell’esperienza mistica in India (alla ricerca del Guru). E la rilettura in chiave psicotropa-sciamanica degli antichi misteri eleusini.

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Con l’’eclettico Riccardo Abet, coagulante del gruppo fu Alessandro Giuli, oggi giornalista di Libero e Il Tempo, analista politico e commentatore televisivo. Numerosi e dotti gli interventi di Mario Giannitrapani (suoi i libri ‘Il sacro arcaico’, ‘Ierobotanica’ e ‘Biblioteche e archeologie. Linguaggi bibliografici e stratigrafie archeologiche’), con le copertine siglate dal nome d’arte Elio Varuna (oggi riferimento internazionale del pop surrealism), ovvero Giorgio Calcara del volume ‘I Druidi, Permanenza e rinnovamento di un sacerdozio’. Personalmente, reduce dall’esperienza tradizionalista nella romana Mos Maiorum, approfittai degli spazi per denunciare l’inesorabile attacco all’inviolabile sacralità di natura e montagna, già all’epoca preda di effimere estremizzazioni sportive e scriteriato progressismo hi-tech.

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Kultur vent’anni dopo, cos’è rimasto? Frugando su E-bay una richiesta di 27 Euro per un’introvabile copia (l’ultima, del 2002, ab origine era prezzata 11 Euro): evidentemente, rivalutata l’Apocalisse vergata in copertina nera suona (ancora) d’attualità. “L’idea di trattare l’Apocalisse precedeva i pruriti tardoimperiali che oggi avanzano a gradi passi. Secondo i Sioux, nascosta da qualche parte c’è una grotta: qui, una vecchia, piccola, si alza per curare la fiamma. Un giorno, tuttavia, sarà la fine del mondo”. Con l’immagine del confine tra umano e divino si paga pegno. Tutto ha un prezzo!

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