Il magico Gruppo di Ur-Krur (di Julius Evola, l’eretico) nell’interpretazione (metafisica) di malattia e guarigione (energetico-sciamanica)

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di Maurizio Martucci

Triennio 1927-1929. Dal pitagorismo al tantrismo, dalla rilettura dei documenti segreti sul processo contro Cagliostro alla Kabbalah ebraica, ripubblicando (traducendone alcuni per la prima volta in italiano) testi delle antiche tradizioni d’Oriente e d’Occidente, da Milarepa a Plotino, passando per la realizzazione secondo il Buddha fino alla visione magica della vita, compreso il cantico del Fuoco e la leggenda del sacro Graal. A Roma, esattamente 90 anni fa, un manipolo aconfessionale, apartitico e apolitico di ricercatori esoterici, occultisti e sperimentatori dell’antica Sapienza magica guidati del filosofo (eretico) Julius Evola, diede vita ad una serie di pubblicazioni ‘di indirizzi per una scienza dell’Io’ sotto la testata mensile Ur (1927-8) e poi Krur (1929), tirandosi dietro le attenzioni dell’intellettuale francese René Guenon e di parte della critica spiritualistico-religiosa del tempo, compreso un affondo (irato) di Giovanni Montini (futuro Papa Paolo VI), evidentemente allergico alla pubblicistica di questi autori in odore di zolfo. Ma cos’era il magico Gruppo di Ur-Krur? E come approcciò al concetto di malattia e guarigione?

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L’anonimato criptato negli pseudonimi dei redattori ‘di espressioni varie e tradizione una’, è stato ampiamente investigato e risolto nel libro del docente e storico Renato Del Ponte “Evola e il magico ‘gruppo di Ur’ (Sear Edizioni)”, una bussola d’orientamento – fuori da schemi pregiudizievoli – suffragata da numerose note che coglie, comprendendone l’amalgama, il centro intorno al quale si armonizzarono anime di divergenti estrazione, provenienti dall’eterogenea galassia del cosiddetto mondo d’investigazione tradizionalista (c’erano neopagani, massoni, esoteristi, ultracattolici, antroposofi staineriani, kremmerziani, occultisti e neoconservatori): i nomi più noti? Arturo Reghini (neopitagorico, massone nonché fervente neopagano anticristiano), l’alpinista e teorico dell’arrampicata Domenico Rudatis, (probabilmente) il principe Leone Caetani, lo psicanalista d’origine ebraica Emilio Servadio (negli anni ’50 diresse Radio Rai), il filosofo altoborghese Giovanni Colazza (abbracciò la teosofia), l’ex Ministro delle Poste del Regno duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò duca di Sermoneta, Guido De Giorgio (cattolico vicino al pensiero mistico islamico), e ovviamente Julius Evola, il barone dell’aristocrazia dell’anima, l’animatore del gruppo, prima pittore dadaista, poi filosofo e scrittore, nonché autore – tra gli altri – del saggio ‘Rivolta contro il mondo moderno’ (Edizioni Mediterranee), ma pure de ‘L’Uomo come potenza, “Lo Yoga della Potenza’, ’Il Taoismo’, ‘La metafisica del sesso’, oltre al controverso ‘Imperialismo Pagano’, uscito a ridosso della firma Italia-Vaticano dei Patti Lateranensi.

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Nemmeno un secolo dopo, le riviste Ur e Krur sono ancora disponibili nella trilogia “Introduzione alla magia quale scienza dell’Io (Edizioni Mediterranee)”: qui c’è posto anche per una rilettura sottile del concetto di malattia e guarigione. Infatti un paio di articoli firmati Evola con la sigla Ea (titolo ‘Sulla metafisica del dolore e della malattia’) e Iagla (‘Sulle acque corrosive’), riprendendo temi vicini alla medicina tradizionale orientale (cinese e ayurvedica indiana) ed alla farmacopea delle popolazioni indigene dell’Amazzonia (basta pensare agli enteogeni, le sacre Piante di Potere), si cerca di svelare il mistero legato ai processi di degenerazione psico-fisica che culminano nella malattia, prendendo principalmente in considerazione i blocchi energetici, la chiave sottile (e non grossolana) per spiegare la sofferenza nell’uomo: “ogni malattia ed ogni sofferenza – è scritto – è un ingorgo, una scarica in eccesso di certe forze a cui la coscienza non ha saputo o non ha voluto aprirsi”. In pratica, la malattia non sarebbe altro che una manifestazione grossolana di una resistenza molto più profonda e sottile ad un cambiamento di stato mal elaborato. E di ingorghi energetici trattano (a vario titolo, sotto forme diverse) l’agopuntura, la moxibustione e persino – se vogliamo – lo Yagè (l’Ayahuasca non sarebbe altro che un’acqua alchemicamente corrosiva), tanto che lo stesso Gruppo di Ur – ai fini dell’autorealizzazione trascendentale dell’Io – scrive chiaramente di guarigione in termini sciamanici, affermando che “si può comprendere l’affermazione che da certe forme di malattia è possibile far scaturire dei frammenti di illuminazione ( …) in cui la sofferenza viene considerata come un mezzo per giungere all’estasi”. Non a caso, nei popoli mesoamericani si parla di malattia sciamanica, ovvero di morte (della vita passata, morte dell’Ego) e rinascita (come guarigione ed iniziazione ad una nuova vita), frutto di una rielaborazione pacificante cone le ferite più profonde. Insomma: la malattia è una prova dell’anima che si riversa sul piano fisico? E la guarigione non sarebbe altro se non il trionfo sul viatico metafisico?

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