Macché secolarizzata: ‘la mia Montagna è sacra e spirituale’. Il dibattito, 20 anni dopo

MONTE

di Maurizio Martucci

 

Buzzati, Milarepa, Messner, Evola, Rudatis e Guenon. Il mito dell’inviolabile Tibet e Shambala. Era il 1997, esattamente 20 anni fa. Un paio di miei interventi su stampa e riviste specializzate accesero un dibattito che, ancora oggi, più che una riflessione, meriterebbe un sensato approfondimento, quanto meno tra gli addetti ai lavori. Semplificando il contendere, il punto era questo: la Montagna è sacra o profana? E’ un luogo privilegiato di silenzio e meditazione tra le vette o una palestra a cielo aperto dove ognuno può adottare, né più né meno, stili artificiali come in centro città?

Alla fine degli anni ’80, avevo iniziato a familiarizzare con l’ascesa: la prima volta (ricordo bene!) fu con un gruppo di volenterosi amici sulla cima lucretile del Monte Gennaro quando, imbiancato dalla neve invernale, intorno ad un ristoratore fuoco ci radunammo nel gelo per festeggiare nel solco della tradizione il Dies Natalis Solis Invicti, il Solstizio d’Inverno celebrato sin dalla notte dei tempi dalle culture più disparate come momento cruciale di transizione dell’anno solare. Poi le mie prime esperienze in Abruzzo, i Monti della Laga, il Gran Sasso (Corno piccolo e Corno grande, quante volte!), il Monte Camicia e infine l’alpinismo d’alta quota sulle Alpi, una visione verticale indimenticata che ancora conservo gelosamente nel cuore: piccozza, corda e ramponi sul Monte Rosa, la punta Gnifetti e il Rifugio Margherita a 4.634 metri d’altezza. Seguì il Monte Gran Paradiso, 4.061 la punta più alta (partenza dal Rifugio Chabod, 2.750).

 

Insomma, in me qualcosa s’accese su creste e ghiacciai, portandomi a scrivere alcuni articoli che oggi – 20 anni dopo – riporto in versione integrale: “Dietro al business legato alla montagna c’è il bisogno c’è il bisogno dell’uomo di andare verso l’alto, lo sport e il telefonino hanno ucciso la passione per gli alpini e la passione per le cime inviolate” (quotidiano ‘L’Umanità’, 12 Febbraio 1997). E ancora: “Tradizione e Spiritualità della Montagna… levando quelle fuligginose ombre che impediscono all’uomo di oggi di riappropriarsi di un luogo ascetico qual è la montagna” (rivista ‘La Montagna Notizie’, Marzo 1997).

Ventilando derive politicamente scorrette (chissà mai perché gli vennero in mente, bah…) mi rispose Fabrizio Ardito (curatore di guide per il trekking e – nel 1997 – direttore della rivista ‘La Montagna’) il quale, svilendo le mie citazioni sulle tradizioni himalayane per gli yogin, il Monte Vate per i buddisti e il Kuen-Lun per i taoisti, fraintese la questione del fenomeno di secolarizzazione delle vette spostando il dibattito su un terreno pseudo-ideologizzato. “Qui non sbandiero certezze che uccidono l’esperienza – ribattei nuovamente su L’Umanità – ma nient’altro che il vessillo di una battaglia contro la glorificazione del razionale e del lume. E’ il tentativo organico di ricomposizione dell’uomo integrale, che riafferma la sua dominatrice ed equilibratrice delle varie dimensioni che compongono l’essenza”. Sul tema intervenne anche Enrico Camanni che, tentando di salvare il lato sportivo dell’alpinismo, sostenne come  “per fortuna nemmeno la mercificazione impostasi negli anni ottanta – mi scrisse in una lettera il fondatore e l’allora direttore della rivista Alpha cancellato le profonde esigenze spirituali connesse alla montagna e alla natura in generale”.

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Alla resa dei conti vent’anni dopo: cos’è ancora la Montagna? Cosa rappresentano le cime (un tempo) mitiche oggi ricoperte di ripetitori TV, antenne di telefonia mobile e zone d’atterraggio per elicotteri da turismo estremo facilitato con bombole d’ossigeno? Il dibattito è quanto mai aperto e d’estrema attualità….

 

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