2771° Natale di Roma tra archeologia, mito etnico e riti millenari. E il programma degli eventi (nel solco della tradizione)

nataleroma (4)di Roberto Ricordy (archeologo)

MMDCCLXXI ab Urbe Condita. Se fosse vissuto ora, si troverebbe a dover scrivere questo lunghissimo numero lo storico romano Tito Livio, autore della famosa Storia di Roma (Ab Urbe Condita, appunto). Quest’anno Roma festeggia infatti 2771 anni dalla sua fondazione. Ma cosa significa esattamente fondazione? E possiamo affermare con certezza che la sua nascita risalga alla metà dell’VIII secolo a.C.? C’è da dire che la data del 21 Aprile del 753 fu stabilita da Marco Terenzio Varrone nel I secolo a.C sulla base dei calcoli astrologici dell’amico Lucio Taruzio, e “ufficializzata” da storici del calibro di Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso e Plutarco, vissuti tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio di quella imperiale.  L’imperatore Claudio, nel 48 d.C., fu Il primo a far celebrare l’anniversario di Roma, ottocento anni dopo la presunta data della fondazione.

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Ma andiamo per ordine e partiamo dal mito, cioè da Enea. Raggiunte lo coste del Lazio dopo la distruzione di Troia (XIII sec a.C.), Enea fonda Lavinium (nei pressi dell’odierna Pratica di Mare) e sposa la figlia del re Latino Lavinia. Anni dopo il figlio di Enea Ascanio (venuto insieme al padre da Troia) fonda Alba Longa, sulla quale, come scrive Tito Livio, dal XII all’VIII secolo a.C. regnarono i suoi discendenti, fino ai fratelli Amulio e Numitore (nonno di Romolo e Remo). Tra i due fratelli nasce una disputa e Amulio spodesta Numitore, legittimo erede al trono in quanto primogenito. Amulio fa uccidere i figli maschi del fratello e obbliga l’unica figlia femmina, Rea Silvia, a divenire sacerdotessa vestale, così da rimanere obbligatoriamente vergine e non insidiare il trono di Amulio con eredi della linea dinastica di Numitore. Ma Rea Silvia, secondo la tradizione, viene rapita e stuprata dal dio Marte, per poi partorire i due gemelli Romolo e Remo. Amulio, venuto a conoscenza della nascita, fa seppellire viva la nipote Rea Silvia ed ordina a due schiavi di uccidere i gemelli. Gli schiavi, mossi da pietà, li depongono in una cesta e li abbandonano nel Tevere lasciando che la corrente li trascini via. La cesta si arena proprio nei pressi della futura Roma, sulle rive in prossimità della palude del Velabro (tra Palatino e Campidoglio). Qui vengono allattati da una lupa, che, sentiti i vagiti dei neonati, decide di portarli nella sua tana (il lupercale). I due gemelli verranno in seguito trovati per caso dal pastore Faustolo, che insieme alla moglie, Acca Larenzia, li crescerà come figli in una capanna sulla sommità del Palatino, nella zona del colle chiamata “Germalo”. Una volta adulti i due gemelli per una serie di eventi fortuiti vengono a conoscenza delle loro origini e del loro sangue reale e si ricongiungono con il nonno Numitore. Amulio viene ucciso e Numitore diventa, legittimamente, re di Alba Longa. Con il permesso del nonno i due gemelli lasciarono Alba Longa per fondare una nuova città nei luoghi dove erano cresciuti, sulle sponde del Tevere. Ma poiché erano gemelli, come racconta Tito Livio, il principio della primogenitura non poteva essere applicato, quindi si affidarono ai presagi degli dei. Nacque un diverbio (e poi uno scontro) sul numero di avvoltoi che apparvero a Remo (6 dall’Aventino) e a Romolo (il doppio dal Palatino). Cadde Remo e Roma fu fondata, come vuole la tradizione, solcando (solco: urvus in latino, da cui la parola urbs) con l’aratro il fossato (pomerium) che delimita l’area sacra (e inviolabile) dell’Urbs, sul quale sarebbero poi state costruite le mura palatine. Fin qui le fonti storiche.

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19-20 MAGGIO nel bosco di ORTE (VITERBO)

Fino a qualche decennio fa gli studiosi ritenevano questa solo una “favola”, confezionata dagli storici romani per conferire a Roma una origine leggendaria (da Troia) e al suo fondatore un genitore divino (Marte). La fondazione di Roma si faceva risalire tra la metà del VII secolo a.C. e la metà del VIi, ossia all’epoca di Anco Marcio e dei re Tarquini. Ma al di là degli aspetti prettamente mitologici, oggi le recenti scoperte archeologiche effettuate tra il Foro Romano e le pendici nord-orientali del Palatino confermano il racconto delle fonti storiche. Partendo dal mito si è ri-percorsa le storia, attraverso i dati archeologici. Così la documentazione archeologica raccolta nel corso delle campagne di scavo tra il 1985 e il 2015, dirette da Carandini, ci “racconta” una fondazione che collima incredibilmente con le fonti storiche.

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Partiamo dal santuario di Vesta, dea protettrice del fuoco sacro dell’Urbe, posto nel foro romano: gli scavi hanno permesso di delimitare la radura (lucus) e il bosco (nemus) consacrati a Vesta,ossia lo spazio più antico del santuario nel suo insieme, datandolo alla metà dell’VIII secolo e non dopo la metà del VII come si riteneva prima. Ora, che il culto di Vesta sancisca la nascita delle città-stato, sia greche che latine, è parere unanime degli studiosi, e la datazione del più antico Aedes Vestae corrisponde agli anni della fondazione. Ma c’è di più: le indagini archeologiche hanno consentito di individuare, sorprendentemente, l’atto di fondazione in sé, ossia il solco tracciato con un aratro tirato da un bue e una vacca, l’apposizione delle pietre terminali e il sacrificio di una bambina con il suo corredo. Proprio nei pressi del Palatino è stato infatti trovato il corredo funerario di una bambina. In particolare la tazza parte del corredo ha permesso agli studiosi di datare questa deposizione tra il 775 e il 750 a.C, una data simile a quella che la tradizione attribuisce alla fondazione di Romolo, il 753 a.C. Sempre i dati archeologici confermano che in quel periodo era presente una cinta muraria intorno al Palatino, per costruire la quale era stato abbattuto il nucleo più antico di un abitato, costituito da una serie di capanne che gli archeologi hanno rinvenuto sul Palatino e datato al IX secolo a.C.

Di questo abitato più antico faceva parte il tugurium Faustoli, la casa di Faustolo dove furono cresciuti Romolo e Remo. Il tugurium fu poi soppiantato da due abitazioni più piccole, costruite esattamente nel perimetro della prima. Con ogni probabilità, sostiene Carandini, la divisione della casa fu opera di Romolo: gli storici romani narrano infatti che, dopo la fondazione di Roma, egli divise in due la sua abitazione, una parte, la casa Romuli, adibita a sua “domus”, l’altra parte dedicata al culto di Marte e Ops, la dea dell’opulenza. Altro dato mitologico confermato dall’archeologia è l’esistenza, nelle profondità del Palatino, del Lupercale, la grotta dove la Lupa offrì le sue mammelle a Romolo e Remo.

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Queste scoperte dimostrano un fatto importante: attorno alla metà del VIII secolo a.C. nel piccolo villaggio di capanne del IX secolo posto sopra il palatino, si assiste ad un momento di forte discontinuità “politica”. Questa discontinuità si manifesta attraverso la costruzione di edifici di carattere tipicamente “pubblico”: da una parte la cinta muraria attorno al Palatino e il rifacimento della casa di Faustolo, dall’altra, subito al di fuori delle mura palatine, la costruzione di un nuovo sistema di edifici, costituito dal santuario di Vesta, dal primo impianto della piazza del Foro e dal Volcanale, il santuario dedicato al dio Vulcano eretto, secondo le fonti storiche, da Romolo. La costruzione di questo nuovo sotto-sistema di edifici pubblici sul limitare delle mura e non all’interno dell’abitato è indicativo, secondo gli studiosi, di una strategia ben precisa: evitare che le famiglie nobili che avevano il potere nei rioni interni all’abitato potessero esercitarlo sul sistema politico “nuovo”. Così è nata Roma.
Per approfondire l’argomento, consigliati i libri di Andrea Carandini “La fondazione di Roma”, “Roma – il primo giorno” e “Il fuoco sacro di Roma”, tutti editi da Laterza. Testi adatti anche ai non addetti ai lavori, in cui l’autore, uno degli archeologi più autorevoli del nostro tempo, ha saputo unire al rigore scientifico la capacità di raccontare. C’è poi da segnalare l’azione dell’archeologo e architetto Giacomo Boni che, accresciuto un forte interesse per l’antica religione romana in chiave di ri-attualizzazione del mito dell’Urbe da parte dello Stato, tentò di influenzare la politica nazionale attraverso Francesco Crispi, Sidney Sonnino e Benito Mussolini. Tra i tentativi di Boni per restaurare la prisca religione romana vi furono diversi riti tradizionali: la commemorazione del Lacus Curtius nel 1903, la purificazione del tempio di Giove Vincitore nel 1916, la costruzione dell‘Ara Graminea sul Palatino nel 1917 e le celebrazioni nel 1923 (Cereris Mundus, Ludus Troiae, Opus Coronarium, Ludi Palatini e Lupercalia).

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GLI EVENTI CAPITOLINI
(NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE)

Insieme al gruppo greco di religione antica Thyrsos, l’Associazione Tradizionale Pietas organizza tra il 21 e il 22 Aprile 2018 il percorso sull’Ecumene Greco-Romana con passeggiate culturali, riti al foro Boario e conferenza.

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Dal 19 al 22 Aprile 2018 l’M.T.R. Movimento Tradizionalista Romano promuove invece il Congresso Europeo delle Religioni Etniche (si tratta della sedicesima assise): nel programma anche i ‘rituali pagani e le loro fonti’ (con visite guidate ai Fori Imperiali, Pantheon e al Colosseo).

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Il 21 Aprile 2018 infine l’Accademia Romana di Studi Italici sarà nella Casa dell’Architettura all’Aquario Romano per una performance di danza classica dell’India e una conferenza sui temi “Le Tradizioni dell’Esquilino nella storia millenaria di Roma”, “Il Canto degli Italiani nel segno di Roma”, “Compiti del Tradizionalismo Romano” e “I luoghi e i culti di Iside a Roma e nelle grandi città italiche dell’Impero Romano, culto legato alla nascita dell’Urbe”.

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Riproduzione consentita, citando fonte e autore

 

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