I primi vegetariani? Carne impura e pagana? Precetti sociali, etica e ascesi: ‘AMRTA’, l’alimentazione tra religione, fede e storia

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di Param Shiva Singh

Cinque religioni a confronto, millenni di tradizioni culinarie rielaborate in fide non per sincretismo ma come ideale tavola rotonda impressa su carta: società, etica, storia e spirito convivono in “AMRTA, il nutrimento del cuore. Cibo e prassi religiosa: un dialogo tra le fedi” (Laksmi Edizioni), una miscellanea (ben concepita!) di contributi offerti da vari esponenti italiani delle maggiori comunità religiose al mondo che, ognuno per quota parte propria, ripercorre (storicizzandole) genesi ed evoluzione dell’identità nel nutrimento. Tre monoteismi abramitici (ebraismo, islam e cristianesimo, comprese le declinazioni riformate) e due tra i maggiori sistemi filosofico-religiosi orientali (induismo e buddhismo) coesistono nel libro curato della casa editrice di riferimento dell’Unione Induista Italiana, fornendo un’interessante chiave di lettura come panoramica d’insieme (Consapevole) su regole e abitudini su cui poggiano digiuni, festività, riti e speculazioni filosofiche di ordinaria vita religiosa.

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Il Dharma come cosmica legge eterna e le caratteristiche (guna) della cucina ayurvedica sono nel brano di Svamini Suddhananda Giri (monaca indù) dove il cibo e la nutrizione secondo il sentire dell’antica manifestazione indiana assumono connotazioni culturali, spirituali, liturgiche e metafisiche (con implicazioni etiche e morali): se l’Assoluto (Brahman) è in tutto, oltre ad esserlo nel cibo è infatti anche in ogni creatura vivente, ricompresa nell’Unità originaria nell’uomo come negli animali e nei vegetali. Da qui la scelta vegetariana, più che come un’opzione un innato sentire interiore proteso alla non-violenza, pratica di igiene fisica e pulizia spirituale assunta da induisti (nella stragrande maggioranza) e yogin (ibidem!): “Per restare fedeli al vegetarianesimo – affermava Mahatma Gandhi – è necessaria una base morale perché esso tende all’edificazione dello spirito e non del corpo”. Ambrosia, amrta, il nettare dell’immortalità!

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Chiarendo come il cibo sia l’atto fondamentale di sussistenza nel vivere, l’intervento di Elena Seishin Viviani (monaca buddhista Zen Soto) dona la misura di come invece la secolarizzazione materialista della società contemporanea abbia, di fatto, compromesso alla radice il rapporto sacrale e di ‘sussistenza cosmica’ tradizionalmente trattenuto, sin dalla notte dei tempi, nell’azione del mangiare, un’arcana simbologia vissuta da milioni di persone come un’offerta devozionale agli dei. In alto i cuori (e pure lo stomaco): “Nei monasteri Zen il pasto è una vera e propria cerimonia che implica corpo, parola, mente: così la recitazione del Sutra dei Pasti che precede l’assunzione del cibo, è un fare memoria del percorso salvifico di Buddha”.

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Gli alimenti kasher e il decalogo religioso del buon kasheut sono invece il tema nel saggio di Rav Riccardo Di Segni (Rabbino capo della comunità ebraica di Roma): cibi buoni e cattivi, cibi concessi e proibiti, il divieto di nutrirsi di cibi impuri come disciplina da perseguire verso il cammino della ‘perfezione’: argomenti tratti, pur non senza sollevare apparenti contraddizioni interpretative nell’esegesi delle riletture dei testi sacri, nel voler distinguere (culturalmente!) il popolo ebraico dagli altri (popoli). “La cultura ebraica – chiosa Di Segni – si esprime mediante comportamenti caratteristici, che costituiscono l’unico termine di riferimento nella definizione dell’ebreo”.

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La parabola cattolica (scritta da Don Paolo Scquizzato, padre cottolenghino) è una carrellata storica che parte dai precetti di Gesù Cristo di Nazareth (ricordate la ‘divisione del pane’?) impartiti ai cristiani della prima ora (i cosiddetti giudeo-cristiani), passando per il Primo Concilio (Gerusalemme, 50 d.C., quando venne tolto l’obbligo della circoncisione), fino al nostro passato prossimo: la carne immolata in sacrificio agli idoli pagani, impura e immorale, con San Paolo trovò tolleranza e commistione, visto che “siamo liberi di mangiare tutto, perché con Gesù ormai non esiste per noi alcune restrizione alimentare”. E proprio sull’alimentazione era poi scoppiata la rivolta dei Protestanti, in aperto contrasto con la Chiesa papalina, tanto che – a rigore di logica – si può affermare come la Riforma di Zurigo del predicatore Zwingli sia letteralmente nata a tavola: la prima sera di quaresima, Zwingli si presentò infatti “a cena con delle salsicce e fece in modo che la cosa si sapesse in città. Si trattava di una forte rivendicazione di libertà”, scrive Paolo Ribet (pastore Valdese) che, sviscerando il significato della pratica del digiuno collettivo in ambito protestante, ricorda come i Catari (perseguitati per eresia in Linguadoca) rifiutando cibi provenienti da atto sessuale, si possano annoverare tra i primi vegetariani.

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Cibo come sostentamento spirituale nell’Islam è invece il cuore delle (troppo brevi!) pagine di Valeria Aisha Lazzerini (Comunità Religiosa Islamica): rinverdendo i precetti nel Corano che indica ai fedeli di iniziare a mangiare partendo sempre dai bordi della pietanza (perché solo nel mezzo del piatto ci sarebbe la benedizione di Dio), tra i commentari del Corano e la Parola di Allah, si ricorda come “il sostentamento che Dio dona alle sue creature non corrisponde alla soddisfazione di un bene fisico, ma a una comunicazione di risorse spirituali”.

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