Raccolta fondi ‘Stop 5G’ fino al 15 Dicembre, ma nel 2019 il meeting nazionale: moratoria subito!

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di Maurizio Martucci
C’è tempo fino al 15 Dicembre, restano solo poche ore per continuare a sostenere la campagna di crowdfundingStop 5G, aiutaci a fermare lo tsunami elettromagnetico’: più di 200 donazioni per oltre 7.000 euro, parzialmente investiti nel primo appello precauzionale che, nei prossimi giorni, tornerà nuovamente sui giornali per rinnovare la richiesta di una moratoria.

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Uscito a Settembre il mio libro d’inchiesta sull’elettrosensibilità, siamo partiti agli inizi di Novembre appoggiati da un’eterogenea realtà (capitanata dal mensile Terra Nuova) impegnata nella difesa della salute pubblica, associazioni di malati elettrosensibili e comitati contrari all’ennesima invasione d’elettrosmog. In meno di 40 giorni siamo riusciti a creare una nuova massa critica, non virtuale ma virtuosa, prima assente tra l’opinione pubblica italiana. Decine di migliaia di persone hanno letto le mie interviste e i nostri articoli, altrettante hanno guardato il video-appello su Youtube o si sono collegante al sito Produzioni dal Basso, così come diverse forze politiche (trasversali negli schieramenti) si sono finalmente sensibilizzate al problema, facendoci capire di stare sulla strada giusta.

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Il primo passo è stato compiuto sulle pagine de Il Fatto Quotidiano: il nostro paginone è entrato nelle stanze istituzionali, finendo nella rassegna stampa di ministri e parlamentari. Promossa l’iniziativa della diffida legale, sposata da quanti hanno voluto intimare anche ai propri sindaci la cessazione di un’invisibile minaccia per uomo ed ecosistema, abbiamo poi lanciato una campagna mailing chiedendo di scrivere direttamente a senatori e deputati per invitarli a sposare il principio di precauzione. Alcuni hanno risposto, su tutte l’emblematica nota del Sen. Ruggiero Quarto che, ad una nostra sostenitrice, ha scritto: “Mi interesserò del problema. Fermare il 5G penso sia molto arduo, ma approfondire eventuali rischi e conseguentemente meglio regolamentare e cautelare forse si potrebbe”.

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Abbiamo poi inviato una richiesta urgente di incontro ai ministri di ambiente e salute e, contestualmente, di audizione alle commissioni preposte di camera e senato. Finora nessuno si è fatto vivo, se non l’On. Sara Cunial che ci informa di come, il problema, in realtà possa essere nei tempi di una calendarizzazione per l’audizione che resta, comunque, una priorità necessaria: “L’audizione è indetta solo se un provvedimento relativo è in esame”. Ma, come detto, nei prossimi giorni torneremo sui quotidiani con una nuova inserzione pubbliredazionale, frutto dell’ultima tranche di raccolta fondi, in concomitanza con l’accensione a Milano della prima antennina 5G.

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Nel vuoto d’informazione sul manistream, prezioso è stato il lavoro svolto dalla trasmissione d’inchiesta Report: in prima serata, così come accade da diversi mesi in altri paesi USA e UE dove la gente è correttamente informata dell’incombente tsunami elettromagnetico, anche gli italiani hanno potuto vedere il lato oscuro del 5G. E se in risposta ad un’interrogazione parlamentare il sottosegretario all’ambiente Micillo s’era adagiato su studi inadeguati e ricerche superate dalla più avanzata tecnologia per informare i parlamentari della presunta innocuità del 5G, proprio Report ci ha fornito altri preziosi documenti che (come ripetiamo da tempo!) certificano l’assenza di valutazioni preliminari sul rischio per la popolazione, da gennaio irresponsabilmente irradiata da milioni di nuove mini-antenne. L’Istituto Superiore di Sanità ha infatti garantito solo ipoteticamente sulla sicurezza dell’internet delle cose, sostenendo che “i dati disponibili non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione connessi all’introduzione della tecnologia 5G”), mentre il Ministero della Salute, senza fornire riferimenti bibliografici né fonti sulla provenienza dei finanziamenti dei non meglio precisati test scientifici, ha affermato che il “rischio cancro rivesta carattere del tutto ipotetico (….) indebolito nelle evidenze”, bollanti come “incoerenti con i risultati di alcune decine di studi omologhi“ e “al limite della significatività statistica” gli esiti del National Toxicology Program e dell’Istituto Ramazzini che, invece (frequenze 2G e 3G, perché il 5G è del tutto inesplorato!) hanno riscontrato “una chiara evidenza di tumori maligni nel cuore, alcune prove di tumori maligni nel cervello, alcune prove di tumori (combinato benigno, maligno o complesso) nelle ghiandole surrenali” e “aumenti nell’incidenza degli schwannomi maligni del cuore, tumori molto rari delle cellule nervose del cuore e un aumento dell’incidenza di altre lesioni (l’iperplasia delle cellule di Schwann e gliomi maligni, tumori del cervello)”.

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Se, in pratica, oggi è disponibile proprio quello che nel 2011 era mancato all’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) secondo cui “i campi a radiofrequenza sono classificati nel gruppo 2B perché c’è un’evidenza tutt’altro che conclusiva che possano provocare il cancro negli esseri umani”, ai ricercatori statunitensi e bolognesi (la scienziata Fiorella Belpoggi del Ramazzini ha aderito alla nostra campagna Stop 5G) in questi giorni è arrivato l’invito di Kate Guyton, capo del gruppo delle monografie IARC sulla valutazione dei rischi cancerogeni per gli esseri umani, in cui – prevedendo tra il 2019 e il 2020 un aggiornamento sulla classificazioni della cancerogenesi di elettrosmog – chiede agli studiosi di raccomandare le priorità includendo “sostanze chimiche, miscele, occupazioni, agenti fisici, agenti biologici e altri fattori sospettati di provocare il cancro negli esseri umani, selezionati per la revisione in base a: (a) evidenza di esposizione umana; e (b) prove o sospetti di cancerogenicità.”

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Che, quindi, nell’incertezza sugli aggiornamenti IARC ci troviamo dinnanzi un pericolo tutt’altro che scongiurato, lo si capisce anche dall’interrogazione al commissario statunitense della Commissione Federale delle Comunicazioni (tra le polemiche, il 5G è già operativo negli USA), dove si afferma che per testare il 5G si “necessita di ulteriori esami” e che se “la letteratura sulla tecnologia 5G può essere limitata perché è nuova” c’è urgenza di “conoscere gli ultimi studi per valutare gli effetti sulla salute delle frequenze e delle modulazioni della banda alta che saranno usati dalle reti 5G”. La partita è tutt’altro che chiusa: indipendentemente dal termine di questa prima campagna di raccolta fondi, l’alleanza Stop 5G continuerà nella battaglia. Previsto nel 2019 il primo meeting nazionale per continuare a chiedere l’adozione di politiche cautelative ispirate al principio di precazione.

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