L’arroganza delle Telco: non pagare allo Stato i 4,8 miliardi per l’asta del 5G. E lo chiedono a Colao

di Maurizio Martucci

L’arroganza delle compagnie telefoniche non ha limite. Come se non bastasse la pressante richiesta di innalzare l’elettrosmog da 6 a 61 V/m basandosi su studi obsoleti e antiscientifici. Come se non bastasse il lancio del 5G senza uno straccio di prova scientifica sull’innocuità e non nocività, Come se non bastasse installare antenne in tutta Italia pure contro la volontà di sindaci e cittadini preoccupati per gli effetti su salute e ambiente (tralicci e nuove stazioni radio base spuntano ovunque dal giorno alla notte, anche sotto copertura delle forze dell’ordine così come nelle nerissime giornate di lockdown), adesso pretendono di non pagare la bellezza di 4,8 dei 6,55 miliardi di euro contrattualizzati con lo Stato, facendo slittare a dopo il 30 Settembre 2022 quanto ratificato nel 2018 per l’acquisto all’asta dei primi tre lotti di radiofrequenze del 5G. Nella legge di Bilancio 2018 il Governo aveva ipotizzato entrate per 2,5 miliardi, alla fine dei rilanci ne sono stati ammucchiati quasi tre volte tanto, ma il rischio di non vendere la differenza incombe. Perché, in pratica, le multinazionali del wireless chiedono ossigeno per la loro liquidità, reclamando di irradiarci con postdatati da invisibili agenti possibili cancerogeni, senza sborsare nei tempi concordati i soldi invece messi a contratto. Come riportato da Il Sole 24 Ore, infatti “gli operatori – nella fattispecie Tim, Vodafone, Iliad e Wind Tre – sono in attesa, incrociando le dita nella speranza che possa arrivare una una rimodulazione, con rateizzazione, di quello che altrimenti sarebbe un salasso“. Un doppiogiochismo all’italiana niente male! Infatti quella che appena tre anni fa veniva definito come una fortuna per le casse pubbliche (“Asta 5G, incasso da Superenalotto: lo Stato avrà 6,55 miliardi per le frequenze“, trionfalistico titolava La Repubblica), mutatis mutandis s’è oggi trasformato in un gravoso salasso, in un impegno troppo pressante da poter regolarmente onorare, al punto che per scongiurarlo bisogna incrociare le dita, manco fossimo al lancio della ruzzola o al gioco dell’oca.

Non solo. Perché l’arroganza delle Telco sta pure nella chirurgica precisione nell’individuazione del destinatario della loro personalissima e singolare richiesta, ovvero il Governo Draghi, auspicando nel ministro della transizione digitale Vittorio Colao la figura del mediatore giusto per portare a casa un risultato eclatante, degno di Totò e Nino Taranto alla Fontana di Trevi: usare il 5G senza pagarlo, fare business senza pagare nei tempi, un’ambizione che potrebbe concretizzarsi grazie al top manager ex Vodafone al tempo in cui lavorava per il Governo Conte ma pure membro del Consiglio d’Amministrazione del colosso del 5G americano Verizon fino a 24 ore prima di giurare al Quirinale. Chiamarlo conflitto d’interessi curriculare è poco. Da quando si è insediato nell’esecutivo, Colao ha infatti sempre e solo remato in favore dell’ambiente da cui proviene (cioé le Telco) e non ci sarebbe quindi da stupirsi, tantomeno da meravigliarsi, se con un colpo di mano al decreto cd. Milleproroghe, proprio il tandem Colao-Draghi riuscisse ad assicurare a Tim, Vodafone, Iliad e Wind Tre uno slittamento dei pagamenti in cronoprogramma. Rimodulazione. Rateizzazione. Ossigeno di denaro per loro, elettrosmog e transumanesimo per noi.

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