La cucina degli Ashram: l’alimentazione degli induisti (italiani) del Monastero Gitananda (tra i boschi di Savona)

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di Param Shiva Singh

L’energia di luce nel piatto, l’alimentazione come sacro nutrimento di purificazione del corpo per l’elevazione spirituale dell’anima. Dove la saggezza millenaria dell’Ayurveda si mescola nei sapori, integrandosi persino con la tradizione culinaria ligure, preservando l’essenzialità del rito in un processo interculturale segnato dall’esperienza: “l’uomo è la misura dell’universo, consumare cibo è un rituale”. Da una trentina d’anni, tra i boschi dell’entroterra della provincia di Savona, sorge il Gitananda Ashram, monastero della comunità induista italiana che durante le principali festività del dharma si anima fino ad un migliaio di ospiti, riuniti nel Tempio di Sri Maha Tripurasundari per poi convogliare (“come un a grande famiglia”) nella condivisione del pasto, passaggio nodale nella disciplina yogica: “Nell’Asram, poiché si svolge una vita semplice a stretto contatto con la natura, si ha a cuore l’alimentazione e il cibo perché si aspira a vivere il più possibile in sintonia con la natura stessa”.

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Esauriente panoramica della nutrizione indù l’offre il (bel!) libro “Il cibo che dà felicità, la cucina dell’Asram” (Edizioni Laksmi), un’accurata stesura dei monaci del Gitananda Ashram per risvegliare, secondo l’antica usanza indiana, l’ancestrale memoria della sacralità del pasto quotidiano, secondo le Upanisad ‘sacrificio, cioè Brahman’, drammaticamente sconosciuta nell’Occidente d’era fast-food e dell’industrializzazione del consumismo a tavola. Non per diletto di palato e pancia, ma coscienza di un mezzo d’elevazione Consapevole come ai tempi di Ippocrate, Pitagora, Plutarco e Gandhi, la dieta salutista è rigorosamente vegetariana (“la non violenza è il fondamento etico primario del vegetarianisimo”), l’abbinamento delle pietanze segue gli insegnamenti dell’Ayurveda, mentre la stagionalità degli ingredienti (genuini, freschi, per lo più raccolti nell’orto del monastero) scandisce il ritmo dell’anno nel connubio Uomo-Cibo come tappa di un cammino spirituale (‘sanatana-dharma’) imbevuto di miti, simboli e cultura vedica: “Il cibo, e più in generale l’atto di nutrire se stessi e gli altri, assume connotazioni essenziali nella vita dell’individuo non solo in rapporto a se stesso, ma anche come cardine attorno al quale ruota l’intera sfera delle relazioni sociali, cosmiche e universali”.

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La Puja, prassi religiosa nel tempio, prevede la ricomposizione dell’Unicum nell’adorazione per la divinità attraverso un’offerta di cibo, per lo più frutta e latte, nutrimento di vita. L’ospite, a cui in segno di benvenuto ed amorevolezza vengono lavati i piedi, è prontamente dissetato. Mentre il digiuno, trovato l’equilibrio nella moderazione della quantità di cibo ingerito, rappresenta un voto (vrata), un metodo naturale e sicuro di disintossicazione periodica dell’organismo e di misura per un controllo misurato di ingordigia e golosità. Prossima la celebrazione del Solstizio d’Inverno (21 Dicembre), nel sud dell’India la festa del Pongal (in grandi pentoloni nei cortili delle case si cucina il riso dolce) è l’unica festa solare del calendario lunare induista.

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Il libro, stampato su carta patinata e corredato da significative immagini a colori, contiene 108 ricette “attinte da differenti tradizioni locali e da quella indiana, consigli pratici e suggerimenti secondo l’ayurveda”. Qualche idea: crema di lenticchie, fusilli di kamut con pesto di fave, bocconcini di seitan con porri, verza e carote, frittelle di borraggine e orzo con le ortiche. Buon prasada a tutti!

Riproduzione consentita, previa citazione fonte e autore

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