Non affiancatelo a Maradona, Pelè era asservito all’elite neoglobalista e transumanista

di Maurizio Martucci

Il mondo intero piange da ieri la morte di Pelè, al secolo Edson Arantes do Nascimento, più semplicemente O’Rei, il calciatore fenomeno del Brasile tri-Campione del Mondo con 1.281 goal all’attivo in 1.363 partite disputate: consuetudine vuole che, per gioco vuole, l’affiancamento tra Pelè e Diego Armando Maradona sia di norma, due totem del pallone, due numeri 10 inimitabili, di generazioni diverse, che hanno segnato la storia dell’intrattenimento preferito al mondo. Solo che affiancarli, fuori dal campo, è politicamente sbagliato e storicamente falso. Relatore sul palco dell’elite neoglobalista di Davos e poi premiato dal transumanista Klaus Schwab al World Economic Forum l’America Latina, amico del chiaccerato Joseph Blatter padre padrone della FIFA (8 anni di squalifica per corruzione, poi assolto) e collaboratore del guerrafondaio ex segretario USA Henry Kissinger (“sono sicuro che il tuo soggiorno negli Stati Uniti contribuirà in modo sostanziale a rafforzare i legami tra Brasile e Stati Uniti“, gli disse convincendolo all’esperimento Cosmos), Pelè rimase infatuato sulla via mistica del siero genico sperimentale (“è un giorno indimenticabile’, le prime parole all’inoculazione de sacro elisr) e, a differenza di Diego Armando Maradona antisistema e popolare, si è sempre schierato dall’altra parte, dalla parte dei potenti, dei padroni universali che l’hanno usato per trasformare il calcio in un’arma contundente, molto pericolosa, Perché Pelè, a differenza di Maradona, s’è sempre fatto usare, nonostante nel ventennio ’60-’80 risultò attenzionato dalla dittatura militare in Brasile, ergendosi a testimonial di una farsa globale estremizzata al paradosso nei mondiali del grande reset appena terminati in Qatar a cui ho dedicato una puntata de Il TecnoRibelle.

Qatar 2022: i mondiali di calcio sono lo spot del Grande Reset – IL TECNORIBELLE

Certo, innegabile, da calciatore è stato un grandissimo, al punto che nel 1969 il suo Santos riuscì persino ad interrompere per tre giorni la guerra in Nigeria (“volevano venire a vederci giocare“), Ma come scrivevo in un mio commento su Il Fatto Quotidiano, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni comunque Diego è stato ben altro, un rivoluzionario anche prima di appendere gli scarpini al chiodo. Testimonial degli indifesi, quand’era al Napoli rifiutò la Juve degli Agnelli e il passaporto statunitense, girate le spalle a faraonici contratti delle multinazionali giapponesi e americane, roba da più di 100 milioni di dollari buttati per terra: “Mi dispiace, non posso accettare”, perché per Maradona il calcio era lo strumento e simbolo di una missione affrancatrice condotta in nome di popoli e libertà: “Non si tratta un uomo come mercanzia”. Sindacalista contro la FIFA Diego odiava Blatter e Havelange, bollato Matarrese (Figc) come “un mafioso”, decenni prima l’affondo contro l’Uefa di Michel Platini (“non voglio più vedere partire truccate”) e la SuperLega degli oligarchi dal profitto senz’anima: “Voglio continuare a dire la verità fino all’ultimo, perché non mi piace l’ingiustizia”.

Insomma, Diego Armando Maradona nacque povero e morì come se lo fosse. Pelè, Edson Arantes do Nascimento, detto O’Rei, nacque povero pure lui, ma fino all’ultimo respiro s’è sempre schierato dalla parte del potere. Che il mondo pianga pure Pelè, ma per favore, senza affiancarlo a Maradona.

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