Riconoscimento facciale, l’Europa può frenare. Però in Italia si installano telecamere ‘smart’: favorite dal distanziamento sociale?

Il 7 Gennaio 2021 la Commissione europea di Bruxelles ha accolto la registrazione del diritto di iniziativa dei cittadini europei (ECI) promosso per arginare l’indiscriminata avanzata del riconoscimento facciale. L’azione si chiama Riprenditi la faccia, vietiamo la sorveglianza biometrica di massa ed è promossa dal una rete di associazioni capitanate dall’italiana Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights di Milano.

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L‘ECI è uno strumento di partecipazione diretta alla politica dell’Unione europea, prevista dal Trattato sull’Unione europea a seguito delle modifiche apportatevi dal Trattato di Lisbona, e attraverso la raccolta di almeno un milione di firme di cittadini in almeno sette stati membri UE consente di chiedere alla Commissione europea di proporre nuovi atti legislativi. Finora la Commissione ha valutato 76 proposte di vario genere, respingendone 26: in questo caso l’iniziativa Riprenditi la faccia è nata per arginare la minaccia del riconoscimento facciale. Si potrà firmare a partire da Febbraio 2021, mentre nello scorso Dicembre la no profit lombarda ha organizzato un webinar sul tema (VEDI SOTTO). “In tutta Europa forze di polizia, autorità locali e aziende private stanno segretamente diffondendo tecnologie sperimentali e invasive che tracciano, analizzano e trasformano in oggetti i nostri volti e i nostri corpi mentre ci muoviamo negli spazi pubblici. Questi ultimi sono da difendere affinché in essi i nostri diritti, le nostre libertà e le nostre comunità siano protetti.

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Nell’iniziativa ECI appena approvata, si legge: “Chiediamo alla Commissione europea di regolamentare rigorosamente l’uso delle tecnologie biometriche per evitare indebite interferenze con i diritti fondamentali. In particolare, chiediamo alla Commissione di vietare, di diritto e di fatto, l’uso indiscriminato o arbitrariamente mirato della biometria, che può portare a una sorveglianza di massa illegale. Questi sistemi intrusivi non devono essere sviluppati, impiegati (anche in via sperimentale) o utilizzati da enti pubblici o privati nella misura in cui possono portare a un’inutile o sproporzionata interferenza con i diritti fondamentali delle persone. Le prove dimostrano che l’uso della sorveglianza biometrica di massa negli Stati membri e da parte delle agenzie dell’UE ha portato a violazioni della legislazione dell’UE sulla protezione dei dati e ha limitato indebitamente i diritti delle persone, tra cui la loro privacy, il diritto alla libertà di parola, il diritto di protestare e di non essere discriminati. L’uso diffuso della sorveglianza biometrica, della profilazione e della previsione è una minaccia per lo stato di diritto e per le nostre libertà più elementari. In questo ECI, esortiamo pertanto la Commissione a proporre un atto giuridico che si basi sui divieti generali del GDPR e del LED e che rispetti pienamente i divieti generali, per garantire che la legislazione dell’UE vieti esplicitamente e specificamente la sorveglianza biometrica di massa.”

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Sul sito della Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights si legge poi come “in Italia, l’impiego di tecnologie di riconoscimento biometrico e facciale è già ampiamente diffuso su due diversi livelli: uno nazionale e uno locale. Nel primo caso, il Ministero dell’Interno ha acquistato e attivato il sistema SARI per il riconoscimento automatico dei volti. Ogni immagine raccolta dalle milioni di videocamere distribuite nelle nostre città può finire all’interno di questo sistema durante le indagini della polizia scientifica. (…) A livello locale, invece, i comuni italiani stanno aumentando il numero di videocamere cittadine convinti che queste possano diminuire la percezione di insicurezza ma a scapito della realtà dei fatti: l’obiettivo è puramente politico ed è quello di fomentare la paura malgrado i reati commessi in Italia siano in calo da anni. La sorveglianza viene quindi descritta alla stregua di uno strumento di solidarietà e partecipazione collettivanel caso di Cuneo le spese per l’installazione vengono fatte persino gravare direttamente sui cittadini.

Ma l’esperimento più distopico che riassume l’approccio locale al riconoscimento facciale è offerto dalla città di Como: a fronte di una completa distorsione della percezione di sicurezza in alcuni spazi cittadini, il comune di Como ha sprecato soldi pubblici per installare un sistema di riconoscimento facciale che è stato giudicato illegale da un provvedimento del Garante privacy. Il sistema è quindi spento ma dimostra come una valutazione miope dei rischi del riconoscimento facciale e la mancanza di trasparenza siano endemici: nella valutazione d’impatto sulla privacy dei cittadini il comune di Como aveva infatti trattato il riconoscimento facciale come un vecchio strumento di videosorveglianza classica.

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Tra le città dotate di telecamere smart con riconoscimento facciale, oltre Como tra i capoluoghi ci sono anche Asti, Pescara e Modena. Infine un servizio australiano ripreso da Byoblu TV sostiene che il distanziamento sociale imposto per la gestione dell’emergenza Covid -19 in realtà serva proprio ad ottimizzare il riconoscimento facciale attraverso le telecamere cosiddette intelligenti.

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