Strategie, un libro svela il bivio: negli algoritmi informatici la perdita dell’umanità?

Si intitola Una visione strategica del sistema paese, innovazione, sostenibilità e sicurezza, è l’ultimo libro edito da Franco Angeli in libreria nei prossimi giorni. Si tratta di una miscellanea di contributi di professionisti ed esperti in più settori, curata da Valerio De Luca e Pierpaolo Abet. Direttore Mediterranean Forum di Roma – CEO Universal Trust, Abet è anche autore del capitolo L’uomo al bivio tra algoritmi informatici e una perduta umanità?, un’attenta analisi dell’attuale condizione di iperconnessione digitale permanente che rischia di minare alle fondamenta l’essenza stessa della vita umana nella sovrapposizione con l’intelligenza artificiale. In esclusiva per OASI SANA, su gentile concessione dell’autore Pierpaolo Abet, ecco un ampio stralcio del testo in cui viene denunciata la deriva tecnocratica.

L’epoca attuale, coinvolta da un profondo mutamento, riscontra squilibri a più livelli, rappresentati soprattutto da una sempre più accentuata mancanza di consapevolezza da parte dell’uomo del suo ruolo rispetto a quell’inscindibile legame con il proprio pianeta che, con la natura tutta, da sempre rappresenta inesorabilmente uno specchio per misurare la condizione di ogni società. Oggi, in un sistema non più basato su di un’economia del necessario ma bensì su di un’economia del superfluo, si continua a parlare di sviluppo senza però prendere seriamente in considerazione temi critici quali la distribuzione delle risorse, la crescente pressione demografica (si stimano 11 miliardi di individui entro i prossimi 30 anni), la sovrapproduzione di merci e cibo, e soprattutto il progressivo inquinamento dell’ecosistema.  La tecnologia, intesa in senso generale, come processo naturale di trasformazione operata dagli esseri viventi, uomini, animali, piante, per adattare l’ambiente alle proprie esigenze, può dare, entro certi limiti, un contributo importante seppur non esclusivo. A questo proposito, come ci ricorda Karl von Frisch nella sua opera “L’architettura degli animali“, anche gli animali sviluppano processi tecnologici ben precisi per affrontare le loro necessità di sopravvivenza o di adattamento esprimendo una capacita di fare ed utilizzando soluzioni architetturali caratterizzanti comuni a tutti gli individui di una stessa specie; le dighe dei castori, i nidi degli uccelli, gli alveari delle api o le ragnatele dei ragni, ne sono tutti dei chiari esempi che ci danno però anche un’indicazione inequivocabile sul fatto che questo tipo di “processi tecnologici” sono perfettamente integrati nell’equilibrio dell’ecosistema, non soggetti ad alcun tipo di obsolescenza e soprattutto rappresentando allo stesso tempo tutte espressioni armoniche della natura stessa; tutte caratteristiche queste ormai non più presenti nel gigantismo tecnologico dell’uomo moderno.

Per poter comprendere quale sia l’attuale stato della moderna “evoluzione umana e sociale”, in piena era tecnologica digitale (ICT, Intelligenza Artificiale, IoT, Blockchain, Computer Quantici, ecc.), risulta necessario stabilire innanzitutto il punto di osservazione e il tipo di lente di ingrandimento che si intende utilizzare. A livello micro questa modernità appare caratterizzata da una tecnologia digitale estremamente pervasiva, dalla smaterializzazione della realtà, dall’annullamento delle distanze, ma evidenziando anche molte contraddizioni, infatti tutti gli aspetti del vivere quotidiano sono ormai condizionabili attraverso quel rapporto simbiotico instaurato con i dispositivi digitali di capillare diffusione come smartphone, tablet, computer, sensori, etc. che attraverso il loro uso costante, oltre a rappresentare fonti continue ed inesauribili di dati di profilazione, incidono inesorabilmente sulle modalità con cui si lavora, si interagisce, si costruiscono relazioni e addirittura su come si pensa. Il rischio, oggi non più solo teorico o fantascientifico, che corre la società moderna è proprio quello di chiudersi sempre di più in una forma di alienazione tecnologica determinata dagli algoritmi e dalle macchine, che svolgono un controllo sempre maggiore e totalizzante della vita dei singoli cittadini targhettizzati e della stessa collettività. A livello macro la cosiddetta “evoluzione sociale”, per quanto la tecnologia sia oggi così pervasiva e apparentemente dirompente rispetto al passato, segue inevitabilmente un percorso che continua a dover essere necessariamente valutato alla luce di una interpretazione ciclica della storia dell’uomo, in rapporto anche al proprio ambiente e ai suoi millenari mutamenti. La natura stessa d’altronde ci offre continui insegnamenti dimostrando la sua capacità nell’adottare soluzioni radicali per risolvere problematiche insostenibili, proprio come un corpo vivente che con un’intelligenza ben precisa è in grado di rigenerare sé stesso. (…)

(…) Di fatto, accanto ai vantaggi dai più largamente apprezzati e auspicati, è concreto anche il rischio che l’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale possano incidere nell’aumentare le disuguaglianze e nel generare perturbazioni economiche, disordini sociali e persino instabilità politica, soprattutto in aree non adeguatamente sviluppate o in quei paesi dove i mezzi di sussistenza di molte persone sono o cominciano ad essere precari, dove le istituzioni sociali possono essere fragili o dove, quale effetto della globalizzazione, si sono prodotte differenze culturali sempre più nette ed inassimilabili  su di uno stesso territorio. Anche perché, utilizzando la considerazione di Henry Ford per cui c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti, è evidente che il processo di innovazione tecnologica che porta ad esempio, efficientamento produttivo come la riduzione dei costi con la robotica, crea nuove condizioni di mercato che escludono inevitabilmente chi non si adegua. Ma in generale una carenza di conoscenza e consapevolezza, nonché di capacità di innovazione e di utilizzo delle nuove tecnologie, può generare un divario culturale ed economico enorme, soprattutto se queste, al di là degli stati, sono patrimonio di una ristretta cerchia di colossi multinazionali che, ad esempio, con la capacità di gestire ed accumulare, con i Big Data, le enormi masse di dati disponibili sulla rete, sono in grado di anticipare i bisogni del mercato o addirittura di indurli. Inoltre si vengono a creare riflessi significativi e diseguaglianze anche nel mondo del lavoro nel quale figure professionali, che hanno sempre lavorato su processi ripetitivi non solo nell’industria ma anche nel terziario, oggi cominciano ad essere fuori mercato rispetto alle professioni emergenti molto focalizzate sull’utilizzo delle tecnologie informatiche estremamente avanzate ed accentuando sempre di più fenomeni di rapida obsolescenza professionale.

Quando il numero dei soggetti privati capaci di guidare una rivoluzione tecnologica con trend di investimento in ricerca e sviluppo sempre crescenti si restringe, aumentano inevitabilmente i rischi per i singoli cittadini e per la società. Se non è possibile evitare questa concentrazione privata oligarchica di potere tecnologico, occorre almeno operare per un’efficace regolamentazione che ne garantisca un utilizzo equo ed etico in un contesto in cui tra un già attuato capitalismo della sorveglianza e una progressiva algocrazia, i moderni algoritmi informatici stanno avendo un ruolo ed un impatto sempre più rilevanti. Proprio sulla base di questa considerazione bisognerebbe ricordare che l’innovazione, come processo di cambiamento, è un elemento essenziale di ogni società e per questo non dovrebbe limitarsi al solo mondo degli affari producendo nuovi algoritmi o nuove tecnologie, ma dovrebbe generare continuamente anche nuovi modelli di conoscenza per un approccio responsabile del cambiamento. I driver di una possibile innovazione sostenibile dovrebbero quindi tener conto del fatto che un adeguato e diffuso livello di conoscenza, di consapevolezza della tecnologia e della necessità di una sua regolamentazione etica ed equa, è strettamente correlabile ad una necessaria posizione di centralità dell’uomo, nonché funzionale al raggiungimento di un possibile equilibrio sociale e ambientale, che tenga conto appunto delle esigenze di uno sviluppo sostenibile e della conservazione e miglioramento delle condizioni di vivibilità del pianeta. Per far ciò è importante stabilire dei criteri guida per la gestione del rischio di ogni processo di sviluppo e innovazione, affinché si eviti il pericolo di un mondo trasformato in un grande ambiente digitalizzato, dove gli algoritmi determinano le decisioni e dove la tecnologia, come da più parti teorizzato, possa superare la stessa umanità,  volendo intendere però questo, come un pesante condizionamento regressivo delle capacità umane verso forme sempre più accentuate di massificazione e con un ulteriore schiacciamento sul piano orizzontale delle nuove generazioni. (…)

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Possiamo dunque, semplificando, definire l’intelligenza artificiale come un’area dell’informatica dedicata alla creazione di software che possono simulare l’apprendimento di nuovi comportamenti ampliando il numero dei processi elaborativi, migliorando le prestazioni man mano che viene acquisita più esperienza e automatizzando decisioni e previsioni sulla base dei dati disponibili. Gli algoritmi di machine learning che sono alla base di questi sistemi vengono addestrati ed alimentati utilizzando set di dati di grandi dimensioni che sono costantemente disponibili ed aggiornati grazie ai Big Data in continua espansione consentendo così l’automazione di compiti che, fino ad ora, richiedevano la valutazione e l’intervento umano. In sintesi la sfida che il mondo dell’intelligenza artificiale pone è sicuramente quella di cercare di rendere i computer e le macchine, capaci di eseguire compiti tipici dell’intelligenza umana. E qui è necessario puntualizzare che a differenza degli algoritmi matematici tradizionali, che possono essere spiegati e interpretati, gli algoritmi di machine learning procedono con un meccanismo di costruzione di un modello del problema che devono risolvere e che spesso è un modello che non è facilmente interpretabile. Quindi in uno scenario in cui questa tipologia di algoritmi sono estremamente pervasivi proprio per la loro duttilità ad essere integrati con altre tecnologie e applicati a quasi tutte le attività e settori che coinvolgono le tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dei sevizi determinando decisioni, è necessario che gli utenti, oggetto delle decisioni, abbiano evidenza delle informazioni iniziali, dello specifico sottoinsieme dell’universo statistico di appartenenza, ma soprattutto della logica soggiacente di cui l’algoritmo ha tenuto conto per generare automaticamente il processo decisionale. (…)

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