Pesticidi e ricerca sul cancro, la scienziata Fiorella Belpoggi: “Con prevenzione primaria, riduzione drastica di agenti chimici tossici”

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Una conferenza stampa a Montecitorio per depositare 25mila firme nelle mani delle parlamentari Sara Cunial e Silvia Benedetti. L’iniziativa è del Gruppo No Pesticidi (75mila sostenitori sui social). Impegnata all’estero, all’incontro non ha potuto partecipare Fiorella Belpoggi, direttrice del Centro Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini che ha comunque diffuso una nota, qui in versione integrale.

“In un ettaro di agricoltura convenzionale vengono usati 396,5 Kg di pesticidi e fertilizzanti di sintesi all’anno. Per ogni Kg di produzione vegetale vengono usati 50g di pesticidi e fertilizzanti di sintesi. Il consumo totale a livello mondiale è di 5.592.382.123 Kg/anno pari a 95.2 Kg a testa. Questi sono i numeri e subito comprendiamo che la chimica in agricoltura è un problema enorme, che riguarda tutto il pianeta (Food and Agricolture Organization for the United Nations, 2016).

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In 50 anni sono stati messi sul mercato circa 10 milioni di formulati di pesticidi diversi; ogni volta che si procedeva alla registrazione di un nuovo prodotto, gli altri, già sul mercato con le stesse caratteristiche e gli stessi utilizzi, non venivano ritirati, anzi, se erano più pericolosi del nuovo formulato, ci si è sempre limitati ad esportarli nei paesi in via di sviluppo. Si capisce bene che, continuando così, nel 2050 si saranno accumulati sul mercato ulteriori milioni di formulati obsoleti e pericolosi. La composizione dei formulati fa parte del segreto industriale dei produttori, quindi non è possibile sapere cosa contengono: non sappiamo a cosa siamo esposti e il nostro studio pilota sul glifosato, come altri, ha dimostrato che gli effetti avversi del formulato rispetto al principio attivo, alle stesse concentrazioni, sono più forti. Gli studi, attualmente come nel passato, vengono eseguiti senza tenere conto delle dosi reali a cui i cittadini sono esposti, quasi sempre la somministrazione avviene solo in età adulta, ignorando la fase prenatale e neonatale della vita, in cui vi è una maggiore suscettibilità, e troncando gli studi quando ratti o topi hanno 104-112 settimane di vita, corrispondenti a circa 55-65 anni nell’uomo, ignorando così che molte malattie degenerative, compreso il cancro, possono essere dovute ad esposizioni precoci e svilupparsi poi in tarda età. Gli studi così concepiti sono poco sensibili, le linee guida richiedono un aggiornamento sulla base delle più recenti conoscenze scientifiche.

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Possiamo con ragionevole certezza affermare che a tutt’oggi la relazione fra pesticidi e salute umana è stata ampiamente indagata e che è stato riscontrato un nesso causale certo fra i danni neurologici per l’infanzia e i rischi cancerogeni (in particolare tumori ematologici) nella popolazione esposta, nonché evidenze diffuse per altri tipi di tumore. Anche nel nostro paese, in relazione a tutte le cause di decesso, si sono riscontrati livelli di rischio generalmente più elevati per i lavoratori e le lavoratrici del settore agricolo rispetto agli altri settori, e le cause degli aumenti di rischio sono da ricercare nei profondi cambiamenti che negli ultimi decenni hanno mutato il volto dell’agricoltura, vale a dire l’impiego massiccio e sistematico di sostanze chimiche di sintesi (fungicidi, diserbanti, insetticidi e concimi). E’ difficilmente credibile che anche le esposizioni ambientali di chi vive nelle aree agricole possano essere scevre da rischi: le molecole dei pesticidi sono ormai entrate stabilmente nel nostro habitat, contaminano le acque, i terreni, gli alimenti e si ritrovano nel cordone ombelicale e nello stesso latte materno. Esse agiscono a dosi infinitesimali, sono presenti ormai in veri cocktail di principi attivi ed interferiscono con funzioni importanti e delicatissime quali quelle ormonali, riproduttive, metaboliche. L’allarme che tutto ciò comporta, almeno nella parte più responsabile del mondo scientifico, è crescente.

 

Come esempio del fatto che i limiti ritenuti sicuri in verità il più delle volte non sono mai stati studiati, ma determinati a tavolino, voglio portare l’esempio del nostro studio sugli erbicidi a base di glifosato (Glyphosate Based Pesticides=GBH). La dose utilizzata nel nostro studio pilota è la dose giornaliera equivalente a quella ammessa negli Stati Uniti per l’uomo, e cioè l’Acceptable Daily Intake (ADI) di 1,75 mg/kg p.c./giorno. L’ADI è una stima della “quantità di una sostanza in cibo o acqua da bere, espressa in base alla massa corporea, che si stabilisce possa essere ingerita quotidianamente per tutta la vita da parte degli esseri umani senza rischi rilevabili per la salute”. Cioè, il limite giornaliero ritenuto sicuro.

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I risultati del nostro studio dimostrano che il trattamento con GBH, alla dose ADI citata e dopo un periodo relativamente breve di esposizione (equivalente nell’uomo ad un’esposizione dalla vita embrionale fino ai 18 anni), comporta un effetto di bioaccumulo del glifosato nei tessuti proporzionale al tempo di trattamento, e vengono alterati alcuni importanti parametri biologici, in particolare relativi allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e al microbioma intestinale. Di fronte a queste considerazioni appare sempre più urgente imboccare l’unica strada che fino ad ora non è stata percorsa né per vincere la guerra contro il cancro, né per evitare l’insorgenza di altre patologie, ovvero la strada della Prevenzione Primaria, cioè l’identificazione delle sostanze che comportano un rischio, il bando o almeno una drastica riduzione dell’esposizione a tutti quegli agenti chimici e fisici già ampiamente noti per la loro tossicità e cancerogenicità. Identificare i rischi per la salute rappresenta il preciso ruolo dell’Istituto Ramazzini e da più di 40 lavoriamo per questo, purtroppo con scarsa attenzione da parte delle istituzioni pubbliche.

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Su temi di così grande rilievo i cittadini hanno il diritto di ricevere informazioni serie, puntuali, chiare: la protezione in momenti “cruciali” della vita quali la gravidanza, l’allattamento, l’infanzia deve essere una priorità per tutti, ma soprattutto per gli amministratori pubblici. E’ nell’interesse nostro, ma soprattutto di chi verrà dopo di noi, passare dalle parole ai fatti, adottare precise norme a tutela della salute pubblica e pretendere l’applicazione delle leggi già esistenti.”

Riproduzione consentita, citando la fonte

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