Microchip pure su maglie e scarpe: siamo (sempre più) a rischio di overdose da radiofrequenze!

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di Maurizio Martucci

Vestiario sicuro? Si, forse, no! Perché adesso non si salvano più nemmeno scarpe e magliette: all’insaputa dei consumatori, le radiofrequenze da microtecnologia hanno preso il sopravvento nell’industria dell’abbigliamento. Con la scusa di combattere la contraffazione, velocizzando i tempi di produzione, imballaggio e attesa in cassa, emesso lo scontrino …. adesso i microchip ce li portiamo addosso. Non bastavano quelli su carte di credito, tessere sanitarie e schede magnetiche: in attesa della versione sottocutanea (già sperimentata in USA e Svezia nella pelle di lavoratori ‘monitorati’), l’RFID viene montato sulla suola delle calzature e nei vestiti venduti nelle catene multinazionali.

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Alcuni esempi. Per le scarpe di Hugo Boss “il sistema è basato sull’uso della tecnologia Rfid, con tag UHF. Dall’arrivo delle suole in fabbrica, all’accoppiamento di ogni suola con la propria tomaia incluso tutto il processo di lavorazione artigianale della scarpa da parte di operai specializzati, l’Rfid segue tutti i processi di lavorazione”, mentre Eurosuole afferma che “per ottimizzare il processo e per migliorare la gestione delle operazioni, è stato applicato un tag RFID passivo su ogni stampo, con registrazione nel sistema informativo centrale delle associazioni codice stampo-calzata-verso, e la programmazione del robot, colatore e siliconatore. Quando lo stampo viene montato in macchina, un’apposita antenna RFID legge il tag e invia il codice in esso contenuto a un PC di supervisione. Tale operazione ha come scopo quello di reperire sul database centrale le informazioni associate e trasferirle ai PLC (Programmable Logic Controller, sistemi di controllo e automazione dei processi produttivi) che gestiscono il processo. In questo modo il colatore riempie lo stampo correttamente, il robot estrae la suola, il siliconatore distribuisce il distaccante nei punti desiderati. L’elevato livello di automazione consente di non richiedere l’intervento dell’operatore, con velocizzazione delle attività di processo”.

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Da Decathlon “i fornitori appongono le etichette intelligenti: in modalità adesiva sui prodotti in plastica e metallo e cucendole nei capi di abbigliamento. Ogni Tag RFid ha al suo interno un circuito che memorizza tutte le informazioni utili: data di fabbricazione, luogo, tempistica spedizione, codice prodotto, taglia, colore, dopodiché la tecnologia wireless integrata (passiva) consente ad antenne RFid portatili e ai robot trasportatori dei magazzini di aggiornare in tempo reale tutti i database. Il raggio di copertura è mediamente di 6/7 metri, mentre alle casse è ridotto per evitare di intercettare Tag vicini”.

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Interpellato sul potenziale nuovo rischio, Francesco de Cavi (tecnico nella rilevazioni di campi elettromagnetici) resta alla finestra, sostenendo come “le RFID sono per la maggior parte passivi, non hanno una batteria e si alimentano quando sono vicini al lettore che via radio gli dà energia e lo interroga. Non ci sono che rare emissioni elettromagnetiche. Il problema vero è invece la privacy”. Già, perché quando compri un prodotto con l’etichetta intelligente (?) non sai più nemmeno cosa ti potrebbe procurare quello che hai acquistato!

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Perché il problema, più che la passività e la bassa emissione di radiofrequenze (passive) dell’RIFD su scarpe e maglie, pare possa invece diventare l’effetto multiplo e cumulativo, cioè il risultato biologico (e non termico) a medio e lungo termine prodotto da una vastità (sempre più incontrollata) di invisibili microonde dentro cui stiamo (letteralmente) affogando. Pensiamo proprio alle scarpe, spesso di plastica o in tessuto sintetico, che calzate ai piedi potrebbero fungere da amplificatore in risonanza di radiofrequenze trasmesse dall’RFID, considerando che – in termini olistici – la Riflessologia plantare insegna come proprio dai piedi (attraverso i punti riflessi) l’intero organismo può ritrovarsi invaso dai potenziali neurointerferenti endocrini trasmessi dal basso, dai piedi.

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Ne sanno qualcosa gli acuti Anna Maria e Brian Clement del ‘The Hippocrates Healt Institute’ in Florida (USA), che nel libro ‘Meglio nudi che inquinati, come difendersi dalle insidie nascoste nei capi d’abbigliamento e nei tessuti’ (Edizioni Il Punto d’Incontro) hanno meticolosamente passato in rassegna subdoli pericoli ‘indossati’, documentando l’impennata di problemi di salute associati alla diffusione mondiale di fibre sintetiche e additivi chimici mascherati nei vestiti di moda. Come la mettiamo adesso con l’RFID su scarpe e magliette? Ci sentiamo sicuri della loro innocuità? In attesa dell’impianto di quelli sottocutanei, nel libro nero un altro capitolo dovrà essere scritto per indagare sui possibili rischi dell’ennesima avanzata di microchip!

Riproduzione consentita, citando fonte e autore

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