Alle ore 10.25 del prossimo 2 Agosto, cioè tra poco più di un mese, saranno passati esattamente 43 anni dalla strage più efferata della storia della Repubblica italiana, compiuta in piena estate, sul treno delle vacanze degli italiani, la più sanguinaria dal secondo dopoguerra ad oggi che, però, conserva ancora troppi misteri e interrogativi senza risposta, nonostante tre maxi-processi, le sentenze di condanna e le responsabilità degli esecutori accertate dalla magistratura. “La Procura generale chiede alla Corte che la sentenza venga riformata, riqualificando il reato da strage comune a strage politica”, questo si legge nel dispositivo dell’ultima richiesta, recentissima, avanzata dalla procura generale alla Corte d’assise d’appello bolognese che, nell’ennesimo giudizio, sta riprocessando Gilberto Cavallini, ex Nuclei Armati Rivoluzionari, eversione d’estrema destra come gli ergastolani Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e il pluricondannato Luigi Ciavardini. “Permangono domande senza risposta”, al primo investimento al Quirinale sette anni fa dichiarò Sergio Mattarella, chiedendo il Capo dello Stato sforzi “per raggiungere quella verità, premessa di giustizia”. Quindi una verità ancora tutta da raggiungere e, su tutti i misteri però, forse uno spicca più di altri, un segreto che pare la prova provata, un segreto che qualora accertato in un fatto giudiziario potrebbe riscrivere interamente la storia, partendo dalla riconsiderazione di mandanti occulti ed esecutori materiali: oltre i 200 feriti, le vittime della strage alla Stazione di Bologna centrale del 1980 sarebbero 86 e non 85, cioè una in più di quelle nella consolidata verità. Non solo: sulla scena del cruento atto terroristico, spuntarono passaporto, borsa e documenti personali di un docente sardo militante nei gruppi dell’estrema sinistra della Barbagia. Perché? E ancora: la mattina dell’attacco, nel capoluogo emiliano c’era il terrorista tedesco Thomas Kram, esperto di esplosivi e militante delle Cellule Rivoluzionarie, perché? E infine, in ottica di violazione del cosiddetto Lodo Moro, che proprio in questi giorni è tornato alle cronache per un’inchiesta giornalistica di Panorama, tre settimane prima del botto alla stazione il Capo della Polizia aveva lanciato un allarme sicurezza in Questura preannunciando una ritorsione tramata dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, formazione marxista-leninista filosovietica, vicina alla Libia di Gheddafi, legata ad ambienti dell’eversione rossa: l’inquietante operazione era attesa anche dai servizi segreti del Sismi. Perché?
Per Le Ali del Brujo e in collaborazione con OASI SANA, il giornalista d’inchiesta Maurizio Martucci intervista Valerio Cutonilli, avvocato, saggista col piglio inquirente, autore di diverse pubblicazioni tra le quali i libri “Le verità negate. Bologna, 2 agosto 1980”, “Strage all’italiana” e “I segreti di Bologna” (Edizioni Chiarelettere), quest’ultimoscritto a quattro mani con l’ex giudice Rosario Priore. Regia di Francesco Polimeni.
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Maurizio Martucci intervista Valerio Cutonilli: il quadro complessivo che emergere dalle vostre pagine è raccapricciante: nel biennio 1978-1980, cioè dal rapimento e uccisione di Aldo Moro passando per Ustica fino alla strage di Bologna, siamo stati in guerra e non lo sapevamo?
“Si, ma lo scenario bellico riguardò tutta l’area del Mediterraneo e questa guerra non dichiarata spianò la strada ad una sorta di diplomazia parallela, spesso osteggiata dalle stesse ambasciate, voluta dal potere esecutivo a inizio degli anni settanta e rimasta oscura agli occhi dell’opinione. Ci trovavamo in un periodo in cui le politiche di condizionamento ridisegnarono gli equilibri geopolitici e le alleanze nello scacchiere internazionale. Era il 1979: fu l’anno più delicato e difficile di questa guerra occulta. Con la nascita del primo governo Cossiga ebbe termine la “solidarietà nazionale”. Cossiga diede vita al nuovo corso atlantista dell’Italia che nel febbraio 1980, con la votazione del famoso “preambolo” al congresso democristiano, portò alla definitiva esclusione del Pci non solo dal governo ma anche dalla maggioranza.”
Che vuol dire? Mi faccia capire meglio…
“Nel 1979 sul Vecchio Continente cessò quella sorta di immobilismo americano successivo alla disfatta in Vietnam. Per anni l’URSS aveva esercitato una forte pressione sull’Europa occidentale, dispiegando missili di medio raggio a testata nucleare, dei gioielli balistici chiamati dalla NATO SS-20 che potevano colpire gli europei ma non gli Usa. Con gli S220 era stata introdotta una pericolosa asimmetria nella Guerra fredda. Il governo di solidarietà nazionale Andreotti aveva fatto finta di non vedere il rischio, mentre fu il cancelliere tedesco Schmitd a insorgere. Nel 1978 al vertice di Guadalupa l’Italia non fu invitata dagli USA per la diffidenza nutrita verso il nostro Paese. Col PCI nella maggioranza, per gli statunitensi eravamo diventati inaffidabili! Il presidente Carter propose agli alleati europei la dotazione di missili nucleari a medio raggio, i Cruise e i Pershing. Nel 1979, terminata la solidarietà nazionale e varato a sorpresa il governo dell’atlantista Cossiga, il parlamento italiano deliberò l’installazione degli euromissili nel nostro territorio. Quest’operazione determinò un’inversione a ‘U’ della nostra politica estera. Che ovviamente suscitò reazioni ad est”
Per quali ragioni?
“L’Italia a sorpresa aveva intralciato i progetti sovietici. La NATO aveva capito che i maggiori pericoli per la sicurezza non provenivano tanto da oriente quanto da Sud. Piuttosto che il corridoio nordista in Veneto, come era stato difeso in passato, stavolta vennero potenziate le basi americane in Sicilia: i Cruise a Comiso sono del 1981, ma già dal 1979 era stata decisa l’ubicazione. Furono potenziate le infrastrutture militari negli aeroporti siciliani di Birgi e Pantelleria. L’Italia recuperò il suo vecchio ruolo geostrategico nell’alleanza atlantica ma si trovò tra l’incudine e il martello. L’impegno che ci veniva richiesto metteva a rischio le intense relazioni economiche coltivate negli anni precedenti nell’area mediterranea. La situazione si complicò ulteriormente quando la Libia, primo partner commerciale del nostro paese, cominciò ad avvicinarsi pericolosamente all’Urss. Non a caso, all’insaputa dello stesso Parlamento, il 2 Agosto 1980 (ovvero il giorno della strage di Bologna) venne siglato un accordo di protezione militare tra Italia e Malta che aveva l’obiettivo di allontanare i libici ma soprattutto i loro nuovi amici sovietici dall’isola. E in ballo c’era pure lo sfruttamento di giacimenti di petrolio nei pressi dell’isola…”
Nel libro raccontate anche di una ‘guerra surrogata’ condotta dall’Urss attraverso lo spionaggio e il terrorismo arabo. Chiamate in causa il cosiddetto ‘Lodo Moro’: ufficialmente mai esistito ma effettivamente stipulato dal nostro governo e poi violato dopo l’omicidio del presidente Dc.
“Esatto: il lodo trovò applicazione dal 1974 al 1979. Il patto fu confermato da diversi funzionari dei servizi segreti e non solo dinanzi alla magistratura di Venezia, che indagava sul traffico di armi tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e le Brigate Rosse: si garantiva ai fedayyìn in lotta contro Israele il traffico di armi ed esplosivi sul nostro territorio in cambio della rinuncia a compiere attentati in Italia. Il ‘Lodo Moro’ fu un’intesa silenziosa garantita dallo stesso Presidente della DC per mezzo del suo fidato entourage di sicurezza. Ma dopo la tragedia di Via Caetani qualcosa si ruppe. E qui s’inserisce la vicenda di Ortona…”
Ovvero?
“Nella notte tra il 7 e l’8 Novembre 1979, vicino Chieti caddero in arresto tre esponenti della sinistra extraparlamentare di Autonomia Operaia: Nieri, Pifano e Baumgartner trasportavano due missili terra-aria Strela, i Sam-7 di fabbricazione sovietica. Missili capaci di raggiungere un aeroplano in volo a ben duemila metri di altezza. Già nel 1973 due Strela erano stati scoperti ad Ostia, sul litorale romano, nell’abitazione di arabi in procinto di compiere un attentato all’aeroporto di Fiumicino. E per i missili sequestrati ad Ortona, oltre ai compagni di Via dei Volsci, finì in carcere anche un esponente palestinese: Abu Anzeh Saleh, militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, l’ala oltranzista e filosovietica dell’Olp. Saleh era in stretti rapporti col colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi di stanza a Beirut, già responsabile della sicurezza personale di Aldo Moro e suo ultima speranza in quella trattativa sfumata per ragioni tuttora ignote durante la prigionia delle BR. La detenzione e la condanna di Saleh, inflitta dai giudici nonostante le richieste di clemenza formulate dai servizi segreti, esposero l’Italia a un’azione ritorsiva”.
Nel libro marcate una distinzione netta tra verità storica e verità giuridica, considerato che per la strage sui nostri binari ferroviari sono stati condannati come esecutori materiali con sentenza passata in giudicato tre neofascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Fioravanti, Mambro e Ciavardini,): che vuol dire? Quante verità ci sono? Una uscita dall’aula di tribunale e un’altra più realistica come quella che spiegate? A me, però, sembra un tecnicismo sminuente, paradossale… non le pare?
“No, tutt’altro! Pur non condividendo gli assai discutibili esiti giudiziari, rispettiamo il verdetto dei magistrati petroniani. Oggi che le pene sono state interamente scontate dalle persone condannate si può ragionare con maggiore serenità. Consideri che la stragrande maggioranza degli osservatori del processo, anche di sinistra, ritiene innocenti i tre ex militanti dei NAR. La ricostruzione giudiziaria, del resto, è priva di un movente e resta appesa nel vuoto. Ovvio quindi che oggi lasci molto perplessi storici e ricercatori, ormai propensi a inseguire una verità storica di segno diverso. Lo scenario di crisi che caratterizzò l’Italia durante l’estate 1980, che con il passare degli anni diventa sempre più chiaro, offre finalmente una chiave di lettura della strage di Bologna. E anche delle stragi immediatamente successive di Monaco e Parigi. La distanza dai fatti aiuta a riflettere. Pensi, però, cosa sarebbe accaduto se l’opinione pubblica dell’epoca avesse appreso che l’Italia era coinvolta nel conflitto est-ovest divampato proprio nello scacchiere mediterraneo. Sotto questo profilo, non sorprende che le indagini vennero indirizzate sulla solita pista nera, quella politicamente più indolore. Ma com’è possibile, dobbiamo chiederci oggi, che, proprio quando i fatti sembravano convalidare i timori di un imminente attentato ritorsivo dell’Fplp, le nostre istituzioni perdano improvvisamente la memoria di tutte le informative diffuse nei mesi precedenti?”
Si riferisce ai depistaggi?
“Anche! Perché i servizi segreti dell’Olp e il Sismi, fatto ormai accertato, agirono insieme nel depistaggio dell’inchiesta di Bologna? E perché gli organi di polizia vennero subito invitati ad indagare unicamente sulla pista nera? Perché l’Fplp e il gruppo Carlos restarono fuori dall’inchiesta? La risposta è contenuta nel libro. Così facendo, si volle fondare una propria identità politica su quell’inutile e doloroso versamento di sangue. Lo stesso servì al PCI bolognese e alla DC anche se poi, dopo aver usato per decenni la vicenda, lo stesso Cossiga (al tempo ministro dell’Interno) prima di morire la sconfesserà palesemente: anche per lui i NAR di Fioravanti non c’entravano nulla… Anzi, nel 2005 Cossiga scrisse al Commissario della Mitrokhin Vincenzo Fragalà che rimaneva il forte dubbio che si doveva continuare a tenere in considerazione la prima ipotesi investigativa inizialmente considerata anche dalla Procura di Bologna sulla pista del terrorismo arabo palestinese per il trasporto di esplosivo garantito dall’accordo Moro.”
Si, ma allora, cosa ritenete sia successo in quel tragico 2 Agosto 1980?
“A mio avviso il contesto in cui maturò la strage è ormai chiaro. Ma i veri segreti si celano dietro le questioni tecniche. La dinamica dell’esplosione è meno chiara di quanto si continua a ripetere da anni.”
Cutonilli, un’ultima domanda, sull’aspetto verosimilmente più macabro che svelate nel vostre discusse pagine, per cui Paolo Bolognesi (ex parlamentare PD, ma anche Presidente dell’Associazione tra i Familiari delle Vittime) ha ipotizzato l’applicazione del nuovo reato di depistaggio. Mi riferisco all’enigma misterioso del cadavere scomparso ….
“Si chiamava Maria Fresu, 24enne, era la mamma della piccola Angela Fresu, appena 3 anni, la più piccola vittima della strage di Bologna. Tra le macerie non si è mai trovato il corpo di questa giovane madre sarda. E la cosa, credendo che si fosse disintegrato nell’esplosione della bomba, è stata fatta passare come una sorta di effetto collaterale straordinario fino ad oggi. Ma invece…. “
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Ecco gli aspetti salienti delle inquietanti verità celate nel libro “I segreti di Bologna” (Edizioni Chiarelettere), con cui abbiamo parlato nell’intervista in esclusiva col coautore Valerio Cutonilli. – Analisi di Maurizio Martucci
Primo punto: l’esplosivo utilizzato a Bologna è risultato un composto artigianale di gelatina molto sensibile, un misto di esplosivo civile e militare, il T4 dallo sconfezionamento di mine. Nel saggio di Cutonilli e dell’ex giudice Rosario Priore (molti non lo sanno: un suo parente perì nell’attentato!) si lascia intendere come nel caso in cui si fosse realmente voluta compiere un’efferata strage per uccidere quante più persone possibili, per le caratteristiche specifiche del materiale esplosivo il 2 Agosto 1980 avrebbe avuto più senso utilizzare un pulverulento, cioè un esplosivo più sicuro e meno rischioso del gelatinoso che, solo per fare un esempio, è soggetto ad oscillazioni se inserito in un elevato campo magnetico. Domanda: fu casuale questa mancanza di accortezza? O qualcuno stava solo trasportando l’esplosivo per ben altra destinazione d’uso? Come poi, già l’ex parlamentare della commissione d’inchiesta Enzo Raisi, denunciò alcuni anni fa nel saggio ‘Bomba o non bomba’? E allora l’esplosione, come lasciò intendere anche lo stesso Cossiga, fu meramente accidentale? Oppure quella mattina, inaspettatamente, ci fu un repentino cambio di programma? Che ancora non conosciamo?
Secondo punto. Priore e Cutonilli si soffermano su un fatto già accertato dalla Procura di Bologna: la presenza in città del terrorista tedesco Thomas Kram, esperto di esplosivi e militante delle Cellule Rivoluzionarie di Carlos lo Sciacallo. Kram erasospettato di militare nell’eversione rossa già nel 1979, quando la Questura di Perugia lo sottopose a ‘vigilanza riservata’. Dagli archivi dei servizi segreti dell’Est, è risultato poi che Kram militasse nel gruppo di Carlos già da quel 1979 e che questo fosse legato agli estremisti palestinesi del FPLP. Solo una strana coincidenza? La cosa, per quanto possa non sembrare anomala proprio alla luce delle parole rilasciate da Cutonilli, divenne di dominio pubblico quando un celebre pentito del terrorismo tedesco, Hans Joachim Klein, lo affermò apertamente in un libro autobiografico recensito in quegli anni anche dal giornale di estrema sinistra Lotta Continua. La versione innocentista del terrorista Kram, che si professò estraneo alla strage di Bologna dicendosi solo di passaggio in Emilia per una non meglio precisata destinazione a Firenze, venne risibilmente smontata da alcune semplici (quanto efficaci) ricerche condotte autonomamente da due blogger che ritrovarono il tabellino dell’orario dei treni del 1980, facendo capire agli inquirenti che Kram aveva mentito sulla sua presenza a Bologna: perché?
Terzo aspetto. C’è poi la questione del ritrovamento della Polfer sul luogo della strage di passaporto, borsa e documenti personali di Salvatore Muggironi, docente sardo militante nei gruppi dell’estrema sinistra della Barbagia. Giàlo scorso anno il Sottosegretario di Stato Ivan Scalfarotto ne aveva confermato l’appartenenza. Al dato, va aggiunto che nel gruppo di Muggironi militavano anche Giovanni Paba e Franco Secci: nel 1976 furono arrestati in Olanda per trasporto di armi ed esplosivo su un treno diretto alla stazione di Amsterdam. E che nell’abitazione di Paba, venne rinvenuta anche la matrice per ciclostile di un documento delle Brigate Rosse. Si tratta solo di altre anomale coincidenze?
Quarto elemento, la questione più spinosa, come ci ha raccontato l’Avv. Valerio Cutonilli nell’intervista: il caso misterioso del corpo sparito. Come è stato possibile? Si trattò di un cadavere volatilizzato nel nulla, dilaniato dall’esplosione o cos’altro? Trovandosi nella sala d’attesa ferroviaria dove saltò l’ordigno, ma in un’area denominata di ‘danni molto gravi’ proprio perché adiacente a quella ribattezzata ‘mortale’, nel libro gli autori scrivono che Maria Fresu non avrebbe in alcun modo potuto subire uno smembramento del corpo, tant’è che quello della figlioletta che gli stava accanto venne al contrario ritrovato. Così come, una loro amica che in quel drammatico momento gli era confinante, riuscì persino a salvarsi. E allora: cos’è successo? Come è stato possibile non ritrovare i resti della giovane sarda Maria Fresu? Le pagine de “I segreti di Bologna” chiariscono che i profili immunologici e le perizie dell’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale dell’epoca crearono un’imbarazzante incomprensione sul gruppo sanguigno della Fresu, legandolo al rinvenimento di un lembo facciale di donna di gruppo sanguigno A, quando la vittima in questione, cioè la Fresu, era invece di gruppo Zero. Dopo l’uscita del discusso libro (già in ristampa a pochi giorni dall’uscita!), il Prof. Giovanni Arcudi, docente all’Università di Tor Vergata e medico legale tra i più celebri in Italia, è stato intervistato dal quotidiano romano ‘Il Tempo‘ (che in esclusiva ha lanciato la polemica del corpo svanito, ben prima dell’arrivo del testo nelle librerie) ha apertamente negato qualsiasi valenza scientifica ad un’ipotesi di ‘secrezione paradossa’, invero avvalorata per troppo tempo anche dalla Procura: in pratica l’esperto ha ribadito che sostenere come quel pezzo di viso appartenesse a Maria Fresu è azzardato e scientificamente risibile. Pertanto, considerato che tra le vittime della strage di Bologna, solo due donne rimasero sfigurate nel volto e che, rispettivamente, una era di gruppo sanguigno di tipo Zero e l’altra di tipo B, le domande da porsi diventano: a chi apparteneva il lembo facciale di gruppo sanguigno A che per 36 anni è stato ingiustamente attribuito alla povera Maria Fresu? Che fine ha fatto il corpo di questa giovane mamma sarda? E’ molto probabile che la scena del crimine sia stata precocemente inquinata già il 2 Agosto 1980. E quest’imbarazzante incongruenza sulla strage più efferata della storia della Repubblica italiana presta il fianco al sospetto che le vittime furono 86 e non 85. E allora: chi manca alla conta? Quel lembo di viso erroneamente collegato a Maria Fresi, apparteneva invece – come sospetta l’ex parlamentare Raisi nel suo libro ‘Bomba o non bomba’ – apparteneva forse alla donna che stava trasportando l’esplosivo?
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