‘Madre Ayahuasca’, l’arte del peruviano Esar (in Italia) per le sacre piante di medicina – INTERVISTA ESCLUSIVA ‘OASI SANA’

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di Maurizio Martucci

Cileno nato a La Libertà (nomen, omen!), dopo aver peregrinato su e giù per Stivale in cerca dell’agognato permesso di soggiorno (“era il 2003, non sopportavo di sentirmi clandestino, di vivere da irregolare”) abita nell’area metropolitana di Roma da diversi anni. Artista introverso, è alla prima intervista, nonostante una segretata produzione artistica di tutto rispetto unita ad un’indiscussa competenza culturale che trasuda in ogni affermazione. All’attivo non ha alcuna mostra, nessuna esposizione personale né collettiva, ma un lavoro pluriennale straordinariamente affascinante condotto con amore e dedizione sulle sacre piante di medicina dell’Amazzonia. “Da piccolo ho vissuto per un breve periodo anche nella foresta”.

Serpenti, liane, sciamani, curanderi, animali e piante di potere. Gli enteogeni nella serie ‘Madre Ayahuascha’ sono 12 dipinti (tutti registrati, timbrati e autografati) più il 13° in via d’ultimazione. Ognuno ha una storia a sé: Esar (nome d’arte) ha 51 anni, iniziò nel 2012 a dipingere i processi di sanificazione della selva. Persona non ordinaria, figura fuori dal comune, la sua parlata pacata, con accento flemmatico spagnolo, ipnotizza come le sue tele di cura ancestrale. Sono davvero belle! L’archetipo collettivo ritorna, Perù-Italia, biglietto di sola andata.

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Esar non si nasconde: “Quando dipingo mi lascio trasportare. Non bado ai colori, alle forme…. È la coscienza prima di tutto! La coscienza viene prima di ogni altra cosa”. Le visioni percepite con la ‘medicina’, le intuizioni sul terzo occhio, ghiandola pineale in osservazione dall’alba fino al mezzo dì: “Inizio a dipingere dal mattino, mi fermo verso metà giornata. Il lavoro su ogni tela dura in media 3 mesi”. Nonostante l’origine andina e la familiarizzazione con le piante sin da tenera età, solo nel 2006 Esar ha cominciato a sperimentare potenza ed espansione dell’ayahuasca, incontrato nell’ayahuasquero Alonso Del Rio un punto di riferimento: “Al primo impatto mi sembrò troppo occidentale, ma invece Alonso possiede una centratura e una luce fuori dal comune”.

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Letti circa 500 libri dai 6 ai 20 anni (“i primi li comprai con la paghetta settimanale che mi dava mio padre”) su filosofia orientale, magia (Lobsang Rampa), esoterismo (Gurdijeff) e tradizioni millenarie (Oswald Spengler), per porre fine alla supremazia della ragione, sfidando l’Ego nel conflitto dell’intellettualismo sterile, un giorno decise di ammucchiarli tutti uno sull’altro, in una pira accesa in riva al mare (“un mio amico, così a caso, salvò solo la Bhagavadgita”), simbolo di morte e rinascita, spirituale: da quel falò comprese come Consapevolezza e crescita interiore, più che su pagine vergate a stampa d’inchiostro, si conquistano sul campo, meditazione, esercizi spirituali e (come dicono gli yogin) karma yoga. Il suo nobile digiuno mentale.

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Le opere d’arte di Esar rappresentano questo, un vissuto autentico ma soprattutto quello che l’ayahuasca gli comunica negli stati non ordinari di coscienza: nella foresta amazzonica, è risaputo, diversi artisti ‘tomano’ (cioè bevono) la sacra medicina proprio per indurre le visioni da riprodurre poi nei quadri o altre opere d’arte. Esar, più o meno, fa così. Senza velleità conformistiche né fini globalizzanti. Perché ha compreso come la gli autentici processi di guarigione, più che attraverso somministrazioni di sintesi e percorsi prescritti da ‘altri’, nascono, si sviluppano e maturano principalmente dentro se stessi, alla riscoperta del Sé, “nella coscienza più profonda che abbiamo in noi”. Alla fine della piacevole chiaccherata, condita dall’illustrazione di alcuni suoi quadri, gli strappo una promessa: Esar è pronto per la sua prima mostra! L’arte che cura.

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